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La
saletta di Diana ed Atteone
La saletta di forma rettangolare (m 4,35 x 3,50 e 3,90 d'altezza)
presenta un soffitto a volta costruito su quattordici lunette, 4
sui lati lunghi e 3 su quelli corti, alternate da peducci a rilievo
a forma di maschere di Medusa, in stucco a rilievo.
La decorazione ad affresco riveste totalmente questi spazi, lasciando
vuota la zona inferiore (forse rivestita in origine da arazzi o
boiseries) delle pareti, sotto corre un fregio entro cornice lignea
laccata, recante un'epigrafe connessa alla favola mitologica ma
sicuramente composta ex novo per l'occasione.
La volta è pensata come una sorta di cripta-gazebo caratterizzata
da pennacchi in finto mosaico dorato forati da oculi che aprono
sull'azzurro del cielo, sui quali si innesta un pergolato sostenuto
da intrecci di canne e intercalato da dodici putti, alcuni alati
e altri no, che offrono ghirlande di frutta e fiori. Il pergolato,
dal fitto fondo arboreo di varie essenze, tra le quali il mirto,
si apre al centro con una "finestra" ottagonale, circondata
da un roseto in cui predominano le rose bianche e spalancata sul
cielo. Al centro spicca uno specchio entro cornice lignea dorata,
con l'iscrizione "RESPICE FINEM".
Nelle lunette, con un andamento narrativo continuo eppure attento
all'inquadratura delle singole figure, si svolge la "fabula"
di Diana e Atteone, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio (Libro
III, vv. 138-253), imprescindibile testo di riferimento dei circoli
umanistici e dei pittori che affrontavano tematiche classiche.
Parmigianino delinea il racconto su uno scenario di fitto bosco
da "età dell'oro", declinando il tempo narrativo nelle
ore che vanno verso il crepuscolo, evidenziate (specie nelle prime
lunette) da accensioni di cielo al tramonto.
L'ambientazione dunque rispecchia fedelmente il luogo e l'ora del
racconto ovidiano, tuttavia inserendo una serie di varianti che,
come è stato notato, erano indubbiamente funzionali all'interpretazione
che del mito il pittore e i suoi committenti volevano proporre.
Nella prima parete due cacciatori, in abiti classici, di cui uno
più giovane e l'altro barbuto, tenendo al guinzaglio una coppia
di cani sembrano inseguire da vicino una ninfa che in un atteggiamento
ambiguo, tra la fuga e l'invito, li conduce nel folto del bosco.
Il suo abbigliamento, la presenza del corno da caccia appeso alla
cintura, e l'elegante levriero tenuto al guinzaglio con la mano
sinistra, la qualificano come seguace di Diana cacciatrice, ovvero
possibile identificazione femminile del cacciatore Atteone. Del
resto, proprio sotto questa figura compare nell'iscrizione l'accusativo
alla greca di Atteone (ACTEONA) che dà inequivocabilmente impronta
fonetica femminile al personaggio, già maschile, del racconto mitologico.
Il particolare della ninfa non ha riscontro nel testo di Ovidio,
tanto da passare inosservato e da indurre a identificare Atteone
nella figura, ovviamente maschile, del cacciatore barbuto.
D'improvviso, involontariamente, Atteone (e il suo abbigliamento
è assolutamente identico a quello della ninfa, e non del cacciatore,
della prima parete, così come evidentemente femminile è la struttura
fisica delle braccia e delle mani) si trova dinnanzi a Diana, che,
nuda entro una vasca rosata, si sta purificando dal sudore e dal
sangue della caccia. Sulla sua testa bionda dai capelli raccolti
in una treccia, da cui sfuggono lunghe ciocche, spicca la falce
lunare che inequivocabilmente la identifica, mentre sul bordo della
vasca sono appoggiate eleganti e leggere vesti bianche ricamate.
Dietro di lei, nelle stesse acque si tergono due compagne, di cui
una esibisce in mano due libri. All'istante Diana spruzza l'acqua
della fonte sul corpo di Atteone, colpevole di aver violato la sua
castità, che subitaneamente si trasforma in cervo.
Un giovane cacciatore circondato dai cani dà nuovamente l'avvio,
suonando un lungo corno, alla battuta: la preda, questa volta, è
lo stesso Atteone, tramutato completamente in cervo, che viene quindi
sbranato dai suoi cani. Indifferenti, un giovane e un vecchio assistono,
arrivando dalla destra, alla scena crudele.
E' stato notato lo sguardo mansueto e rassegnato del cervo all'aggressione
dei cani dal muso macchiato di sangue: tale immobilità, tale apparente
assenza di concitata drammaticità, sembra una parziale variante
al testo della Metamorfosi.
Tra i cani spicca in primo piano un levriero che reca al collare
una dorata conchiglia bivalve aperta, elemento simbolico rilevabile,
sebbene chiuso, nei due levrieri della prima parete, nonché sull'elsa
della spada di Galeazzo nel ritratto di Capodimonte; simbolo peraltro
di difficile decifrazione: legato tradizionalmente alla figura di
Diana-Luna, ma anche alla castità e alla maternità della Vergine.
Non si sa in che contesto semantico sia stato adottato come emblema
dal Sanvitale. Proprio nella porzione di volta inscritta tra le
due lunette che mettono in scena la morte di Atteone, compaiono
due bimbi, di cui l'uno, più grande, sorregge l'altro dall'aspetto
di fragile neonato. Per antica tradizione, nella famiglia Sanvitale
i due bimbi erano identificati come figli di Galeazzo e Paola. In
particolare un loro bambino era morto nell'autunno del 1523 (proprio
alla data in cui Parmigianino arriva a Fontanellato): qui il più
piccolo ha intorno al collo un filo di granati e tiene in mano un
ramo di ciliegie, simboli entrambi di morte precoce e ingiusta (e
in questa funzione usati spesso nella raffigurazione di Gesù bambino).
Proprio a questo punto, a conclusione della fabula, va letta la
frase apposta nella cornice che sembra trarre il sunto morale della
fabula stessa. La frase, pur non derivando direttamente dal testo
ovidiano, in qualche modo lo parafrasa, dando ulteriore evidenza
e senso di malinconica riflessione sul destino dell'uomo, al tema
della punizione ingiusta e dell'errore senza colpa, peraltro già
lucidamente evidenziato dal poeta latino.
"AD DIANAM / DIC DEA SI MISERUM SORS HUC ACTEONA DUXIT A TE
CUR CANIBUS / TRADITUR ESCA SUIS / NON NISI MORTALES ALIQUO / PRO
CRIMINE PENAS FERRE LICET: TALIS NEC DECET IRA / DEAS (A Diana.
Dì, o dea, perché, se è la sorte che ha condotto qui il misero Atteone,
egli è dato da te in pasto ai suoi cani? Non per altro che per una
colpa è lecito che i mortali subiscano una pena: un'ira tale non
si addice alle dee)".
Risulta a questo punto evidente e leggibile anche il senso dell'iscrizione
nella cornice dello specchio: quel "respice finem" (guarda
la fine) assume il valore di un monito a riflettere sulla sorte
e sulla fortuna, sulla fine di Atteone e dell'uomo.
Nell'ultima parete (in esatto contraltare a Diana), al centro, su
uno sfondo dorato che risalta sul continuum narrativo di alberi
e cani delle lunette laterali, si delinea e spicca una figura femminile
dai capelli raccolti sulla nuca, ricadenti in sparsi riccioli biondi
intorno all'ovale del viso. Indossa un elegante abito bianco cinquecentesco,
dall'ampia scollatura, con fasce dorate e medaglioni alle maniche,
tra le mani ha due spighe, e una coppa dalle anse a volute su un
vassoio.
La tradizione critica da lungo tempo la identifica con la signora
del castello, Paola Gonzaga, identificazione confermata dalla serie
dei disegni messi in relazione con questa lunetta. Paola compare
voltata nella direzione in cui inizia la narrazione, sorta di ospitale
invito, introduzione o prefatio, alla lettura/visione della fabula.
La funzione introduttiva di questa parete entro l'intero ciclo viene
confermata dalla constatazione che la scritta, per quanto mutilata
dall'apertura o ampliamento della attuale finestra, risulta partire,
con l'invocazione alla dea, proprio subito dopo la lunetta di Paola.
La sua figura, quindi, risulta insieme un incipit e simbolica conclusione
dell'intero ciclo, proiettando su di esso la propria intenzione
interpretativa. Non è un caso che le più accreditate letture iconologiche
della sala, siano in qualche misura comunque debitrici a questa
identificazione.
Riproduzioni
Seconda parete (est)
Quarta parete (ovest)
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